Blog tour le femmine del babbuino – intervista all’autore Mechi Cena

Prima di ogni cosa, chi è Mechi Cena?

Accipicchia! Domanda facile, eh… Verrebbe da rispondere “uno con sempre troppi cappelli sulla testa”. Ho fatto molte cose, ma queste mi sfioriscono rapidamente tra le mani se non le finisco in fretta. Comunque sono musicista di formazione, ma mica di quelli troppo normali. Pensa che uno dei miei maestri (che mi sono scelto, trasferendomi a venti anni da Torino, dove studiavo, a Firenze), Pietro Grossi, diceva che ai suoi allievi lui “gli avrebbe tagliato le manine” tanto bastavano i moncherini per digitare su di una tastiera. Buffo, lui era che era stato uno dei migliori violoncellisti del mondo. Ho scritto radiodrammi e altre trasmissioni sempre per la radio. Poi saggi sul soundscape, installazioni musicali, raccontini. Insomma un sacco di roba di nicchia. D’altra parte sostengo che la marginalità è un’attitudine, ed io ci sono molto portato. Probabilmente è l’inquietudine che mi mangia a morsi a farmi inventare cose di continuo; il mondo è pieno di persone così, ma io mi scelgo le eccellenze come ispiratori. Ad esempio Luciano Bianciardi.

Le femmine del babbuino è un titolo molto curioso. Lo hai deciso prima di iniziare a scrivere, oppure durante la stesura? E perché proprio questo titolo?

In realtà l’ho scelto durante la preparazione quando incontrai un uomo che era vissuto in Somalia e mi raccontò (ovvio che poi io ci ho lavorato di fantasia, eh) l’episodio che racconto nel libro e che intitola il romanzo. Mi parve che funzionasse bene come metafora del potere. Sai quando un potente crede di avere una cosa già sotto le grinfie e gliela soffiano sotto il naso? Non so un grande affare che sfuma, oppure un politico che non viene rieletto. Cosa fa? Si lamenta, batte i pugni sul tavolo, inveisce, urla.

Ogni capitolo è preceduto da un breve estratto da un libro famoso o da una canzone famosa? Perché questa scelta? E’ una sorta di omaggio ai grandi artisti oppure…

Ti sembrerò dissacrante. E’ sicuramente un omaggio alla Settimana enigmistica. “Forse non tutti sanno che”. Ci sono cose disparate vicine, stampate sulla stessa pagina, e il tuo cervello tira fuori inedite analogie. E’ stata una scelta di pancia. Mi piaceva intitolare il capitolo con qualcosa che dicesse del capitolo che iniziava pur restando vagamente indecifrabile. Insomma qualcosa che facesse lavorare la mente di chi legge, che è un altro modo di chiamare la curiosità. Considera in ogni caso che alcune citazioni sono un Bollettino del mare, e la scheda di una missione spaziale Sojuz!
Anni dopo che avevo scelto questa specie di modello formale, leggendo il primo capitolo di “Quel fantastico giovedì” di John Steinbeck, ho capito anche perché sentivo la necessità di scrivere così. E’ un geniale manuale per scrittori ed editori, in sì e no quattro pagine.

Laitano si trovava fuori dal salone passeggeri. Sentiva il bisogno di respirare aria fresca. Dentro, l’odore di gasolio e di cucina si era fatto insopportabile. Non aveva l’aspetto di un uomo nato nel mezzogiorno d’Italia, e in un certo senso non lo era. Era sì nato in Calabria, ma in uno di quei paesini dove si parla albanese; i capelli biondi, gli occhi azzurri, gli arti lunghi e la statura derivavano con tutta probabilità da quelle remote origini slave.

Come hai creato il personaggio del commissario Laitano? Hai giocato di fantasia o ti sei basato su alcune caratteristiche di un uomo realmente esistito?

Laitano è sicuramente un personaggio di fantasia. Anzi è uno dei pochissimi che non sia, almeno fisicamente, la copia di qualche persona reale che mi è capitato di incontrare. Volevo che fosse uno che non ha più niente da perdere. E nemmeno che fosse il protagonista tipico dei gialli di quando iniziai la prima stesura, cioè il fascista che era stato sì fascista ma era un brav’uomo, l’investigatore che mangia roba raffinatissima, l’intelligentone dotato di intuito eccezionale ecc.
Lo volevo più umano, difettato. Ad una presentazione mi hanno fatto la stessa domanda. Mi è venuta in mente una canzoncina Quattro cani per strada. Ad un certo punto dice “non sa dove andare comunque ci va”. Ecco Laitano è una specie di randagio. Laitano – disincantato – va dove lo porta la vita.

Quanto c’è di Mechi in questo romanzo?

Moltissimo, se non altro perché mi ha accompagnato attraverso molti anni e traslochi. Quando iniziai a scriverlo vivevo all’Isola d’Elba e infatti è ambientato lì. Non c’è nulla di autobiografico nel libro eppure ogni volta che mi capita di rileggerlo ricordo il momento e e il sentimento di quando scrissi quel particolare brano. Pensate pure che sia cretino, ma mi commuovo. Sono sentimentale, non c’è che dire. L’Elba l’ho amata davvero tanto. Ci sono tornato dopo molti anni per una presentazione: è stato come una coltellata in pancia. Troppi ricordi, troppa vita passata lì. Non riesco realmente mai a staccarmi dalle cose, luoghi e persone che ho amato, ammesso che sia necessario farlo. Ecco forse questo è un tratto del carattere che mi accomuna a Laitano. Però lo scopro solo ora.

Il cadavere era stato ritrovato verso le sedici e trenta. Più o meno venti minuti dopo qualcuno aveva chiamato in commissariato. Marras, che non riusciva a trovare il commissario, aveva mandato Ametrano in auto a Lacona, a casa del dottor Laitano.

Si inizia sempre da un cadavere, così scrivi anche nella breve descrizione del romanzo, ed è da qui che inizia l’indagine di Laitano, sull’Isola D’Elba. Come hai scelto le ambientazioni del romanzo e perché?

Dell’Elba già ho scritto: per amore. Del Corno d’Africa perché è il luogo simbolo del colonialismo italiano. Girava voce che gli italiani brava gente fossero stati colonialisti buoni. Invece siamo stati brutali, terribili. Osceni in una parola sola. Non è troppo noto che la prassi di buttare giù dagli aerei in volo sul mare, poi tristemente replicata dal regime argentino, l’abbiamo usata noi per la prima volta, per sterminare la classe dirigente etiope. E i campi di concentramento dove i prigionieri venivano lasciati morire per inedia? E l’uso di gas tossici per sterminare? E le rappresaglie dieci a uno, che poi abbiamo avuto in casa durante l’occupazione nazista? Tutte cose che abbiamo fatto, in qualche misura anche lo stupro generalizzato che ci immaginiamo solo specialità balcanica. Ecco. Non mi andava giù questa revisione storica. Se Badoglio non fosse stato il primo capo del governo italiano gli alleati avrebbero dovuto fucilarlo ed assieme a lui molti altri, esattamente come a Norimberga per i nazisti.
E anche nel periodo successivo quando la Somalia ci fu affidata per amministrare il periodo post-coloniale siamo stati pessimi alleati. Abbiamo esportato la nostra predilezione per la truffa e gli affari loschi. E questo fino ai giorni nostri.

Parlando sempre di ambientazioni, sei mai stato nei posti che descrivi?

Per quelli in in Italia sì, quelli all’estero no. Ma sai, sono cresciuto a pane e Salgari, che aveva scelto la sua casa a Torino perché era vicino ad una biblioteca ben fornita e poteva arrivarci a piedi e rapidamente per documentarsi.

Albeggiava. Il porto di Riga era una foresta di gru sospesa tra il mare blu cobalto e il cielo carico di nuvole pesanti. L’ingresso per gli imbarchi era protetto da una alta rete metallica nella quale si apriva una porta. Il comandante Dāboliņš la aprì. Il cigolio lamentoso che provocò parve svegliare il militare di guardia che, in piedi davanti alla rete, sembrava fissare catatonico un punto imprecisato al di là delle maglie metalliche. Dāboliņš, imbacuccato nel suo giaccone di montone, non si curò nemmeno di richiudere la porta e si avviò verso il molo.

Siamo nel 1983, Unione sovietica. So che hai fatto tantissime ricerche per scrivere il romanzo e che la scrittura è andata avanti per moltissimi anni, anni in cui internet non era per tutti. In che periodo hai iniziato a scrivere il romanzo e come sei riuscito ad argomentarti/informarti?

Ho iniziato nel 91. Non riuscivo più a lavorare per la RAI e stava per nascere mio figlio piccolo. Mi sono detto che potevo provare altre strade. E’ vero. Ho fatto molte ricerche. Mi piace un sacco fare ricerche. Inizialmente ho utilizzato libri e gli archivi dei giornali. Tu gli scrivevi e loro ti mandavano le fotocopie degli articoli. E’ eccitantissimo quando scopri che la trama che hai pensato quadra anche con la realtà. Ho continuato negli anni perché l’idea del romanzo non l’ho mai abbandonata. Mi mancavano una cinquantina di pagine più o meno ad un terzo del romanzo. In fondo aveva scritto circa l’ottanta per cento. Così con internet ho accumulato migliaia di foto e articoli e relazioni di banche dati, anche relative al passato. E quindi ho rivisto tutto anche sulla base di nuove informazioni, correggendo dove la narrazione sembrava non essere verosimile.

Poi il porto, il traffico, le fabbriche. Livorno è una città disordinata e inelegante, col mare dentro le mura, dove non dovrebbe esserci, con i cantieri navali in centro e gli operai e i marittimi, la gente umile, i disgraziati che ancora ci abitano. Lì tutto è come è: i colori, l’odore di creolina del mercato mischiato a quelli del pesce e delle verdure e della frutta; il sale del mare e dei canali, la ruggine che non dorme mai e consuma il metallo. La povertà e la miseria si vedono, la sciatteria anche. Per questo Livorno è bellissima.

Livorno è una città bellissima, così scrivi nel libro. In che città hai vissuto e dove sei stato meglio? Quanto delle città in cui hai vissuto hanno condizionato la tua vita? E come?

Mai dieci anni di seguito nello stesso posto. Anche se in alcuni casi sono stati spostamenti piccoli. Essenzialmente ho passato fino a venti anni in provincia di Torino, poi Firenze, Elba e ritorno. Ho girellato anche per periodi abbastanza lunghi in altri luoghi, ma mai una cosa che si potesse dire “abito qui”. Della provincia torinese ricordo il dialetto (non solo quello piemontese, anche quelli del sud, perché era un periodo di grande immigrazione), le amicizie adolescenziali, e i ritmi del giorno dettati dalla grande fabbrica. I primi anni a Firenze sono legati ai miei primi lavori “artistici”. Eravamo un po’ rompiballe, che non guastava allora e non guasterebbe nemmeno ora. Elba = amore e il ritorno a Firenze mi ha fatto capire che da buon piemontese sbagliavo la pronuncia di tutte le E e le O.

Quale pezzo del libro ti ha preso più tempo, sia in termini di scrittura che di ricerche?

Credo la preparazione della scaletta. Documentazione e invenzione dell’intreccio andavano di pari passo, anzi si nutrivano una dell’altra. Mi sarebbe piaciuto essere un buon artigiano della parola scritta, non uno scrittore.

Arriva improvviso e inaspettato un colpo di fortuna: un produttore cinematografico ha letto il tuo romanzo e vorrebbe farne un film. A chi affideresti la regia se avessi la possibilità di scegliere? E perché? E quale musica sceglieresti?

Jules Dassin, specializzato in noir. Impegnato politicamente e anche un po’ malinconico. Peccato sia morto, ma tanto temo che il film alla fine non si farà. Per la musica il Miles Davis di Ascensore per il patibolo può bastare. Già che ci siamo mettiamo pure Jeanne Moreau come protagonista femminile, vah…

Citi all’inizio di un capitolo Pier Paolo Pasolini, considerato uno dei maggiori artisti e intellettuali del ventesimo secolo, uomo culturalmente versatile. Quanto ti senti vicino al personaggio? E come?
Amo moltissimo le sue poesie, e lo sento vicino per molte cose che ha scritto o fatto come regista. E’ uno scrittore che usa molto i suoni o il silenzio nei suoi scritti. E’ molto sonoro. Detto questo mi pare che ogni altro riferimento a lui sia fuori misura, vista la mia statura.

«Minchia ragazzi, l’atletica è lo sport più bello del mondo. Ma ci pensate che nello spogliatoio accanto non ci sono gli avversari, ma dieci o quindici ragazze nude che si fanno la doccia e si sciacquano la passera. Con l’atletica si chiava, mica come il calcio che lo giocano solo i maschi» diceva l’allenatore, che poi era anche l’insegnante di ginnastica del liceo.

Le donne e Mechi. Puoi descrivere la tua donna ideale? E se dovessi dedicare una poesia a una donna, la scriveresti tu? O ti affideresti ai versi di un poeta già famoso?

Eh, le donne direi che sono belle. Non ho una donna ideale. Milan Kundera scrive che ci sono due tipi di dongiovanni, quello epico e quello lirico. Quello lirico cerca in tutte le donne la stessa donna perfetta e non trovandola mai cambia spesso. Quello epico invece cerca l’essenza femminea in ogni donna al quale vuole rubare l’istante in cui questa si manifesta. Quando viene, essenzialmente.

Per fortuna non sono un dongiovanni.
Comunque sarei abbastanza vanitoso da scrivere un componimento io stesso.

La musica e Mechi. Quale musica ascolti mentre scrivi? Oppure ti serve il silenzio per creare? E nei momenti di relax?

Credo che pensare, leggere, scrivere, ma anche ascoltare e osservare siano attività molto rumorose. Tutto entra nel nostro dialogo interiore che è fatto di parole che scambiamo con noi stessi. Ora, non vorrei fosse una malattia, ma io queste parole le sento nella mia testa, che quindi non è quasi mai in silenzio. Devo dire che spesso uso la musica per cercare di mascherare questo flusso ininterrotto in certi giorni pesante. Dormo addirittura con la radio accesa. Una di quelle vecchie, che ancora ha le onde corte.

 

Sembrava che il fornaio facesse un grosso sforzo per trattenere le lacrime. Alla morte di qualcuno che hanno amato – oppure odiato, perché, quasi sempre, l’effetto è lo stesso – gli esseri umani al dolore della perdita aggiungono sempre un po’ di pietà per la propria vita. Nella morte di un altro noi leggiamo la nostra vita. E nella vita del fornaio il commissario poteva leggere anni di umiliazione, di repulsione verso se stesso, di sorrisi sotto i baffi degli uomini nei bar.

Come affronti la morte e il dolore?

Scusa la morte e il dolore di chi?
Perdona la battuta stupida, ma lo facevo per sdrammatizzare. Credo che siano eventi che non si affrontano, si subiscono e basta. Ci sono domande alle quali non si può rispondere. Ricordo di aver letto da qualche parte di uno scienziato a cui il figlio ha chiesto “perché gli alberi e i prati sono verdi?”. Quello ci pensa per una settimana, scarta le spiegazioni scientifiche perché inutili per un bambino, e forse anche per gli adulti. “Sono verdi perché sono verdi. Stop” . Non aveva trovato altre risposte che significassero qualcosa.

Se dovessi riscrivere un romanzo famoso quale riscriveresti e perché?

Pastorale americana che diventa Pastorale italiana dove dell’Italia si dice che è il luogo delle disopportunità. Ma anche La fine è nota, di Geoffrey Holiday Hall, autore di cui non si sa nulla e che ha pubblicato solo questo scritto. Mi innamoro anche delle biografie degli autori, inutile negarlo. Quelli che hanno scritto un libro solo mi incuriosiscono di più. Spesso mi inteneriscono. Spesso percepisco del dolore, lì dietro. Anche Giovane Adamo di Alexander Trocchi mi colpisce in questo senso.

L’ultima domanda riguarda il tuo futuro: stai preparando altri progetti di scrittura? Poesie, romanzi, o testi musicali?

Si, anche se ho alcune cose fatte che forse meriterebbero di essere lette, come Esseri rumorosi, scritto in coppia con Francesco Michi e a tutt’oggi esaurito senza possibilità di ristampa. Peccato ce lo chiedono spesso. Poi qualche progetto di poesia vagamente folle. Infine fino a tre romanzi con Laitano mi sono concesso di poterci arrivare. Se capita.
Magari ci penso ai testi musicali… un’opera non l’ho mai fatta!

Comprate e leggete Le femmine del babbuino, la storia è avvincente e lo stile di Mechi gradevolissimo.

Giveaway: Il like alla pagina della casa editrice è obbligatorio. Tra tutti i commenti che verranno pubblicati nelle varie tappe del Blog Tour partecipano all’estrazione a sorte di tre l’ebook e un cartaceo del romanzo.

Xo Xo Rita Angelelli

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6 thoughts on “Blog tour le femmine del babbuino – intervista all’autore Mechi Cena

  1. Annamaria il said:

    Grande intervista alla scoperta della personalità dell’autore e di come si ripropone nel romanzo. Complimenti.

  2. Vanessa il said:

    Questa intervista mi ha incuriosito perché, in qualche modo, parla più dell’autore che non del libro che vuole promuovere. Un uomo che ha visto, ha vissuto, forse non ha compreso tutto ma che comunque ha goduto: dei posti dove abitato e dei luoghi in cui non abiterà mai, delle persone che ha conosciuto e di quelle che ha solo immaginato, delle esperienze che ha fatto e di quelle che avrebbe compiuto se solo fosse stato fatt di carta e inchiostro e non di sangue e ossa. Da un uomo così mi aspetto un libro ben scritto, vivido, non solo fiction ma anche storiografia. E a questo punto -giusto per rimanere in tema di noir – un “Point. C’est tout.” ci sta tutto.

    • mechicena il said:

      Caspita, Grazie! (P.S. C’è molta storigrafia nel libro, e forse questo è un guaio, perché il lettore se non ne conosce un po’, si perde nei meandri dell’intreccio e dei tanti personaggi)
      “Point. C’est tout. 🙂

  3. Si capisce che sei un musicista! Hai una visione molto lucida del percorso creativo. Sono curioso di leggere il tuo libro.

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