L’intervista del Direttore: Marco Mazzanti

Una mattina ti sei svegliato e hai cominciato a scrivere il tuo primo romanzo. Ti sei mai chiesto che cosa ti abbia spinto a scrivere? Hai un immagine che ti riporta a quel momento?

“L’uomo che dipingeva con i coltelli”? Accidenti, sono passati dieci anni, se non di più. Ero all’ora così acerbo, appena uscito dal liceo, dall’adolescenza, da tutto un mondo che mi aveva spaventato durante il periodo della scuola e di cui non sento affatto la mancanza. Il romanzo nacque da un racconto di ambientazione romana. Ho un’immagine – oggi molto sfocata – di due colori che si mescolano, il rosso e il blu. Il titolo del racconto era infatti “Riflesso viola” e parlava di… Non lo dico! Acquistate e leggete il libro, perché il racconto è lì 🙂

Tu, essenzialmente, scrivi romanzi, ma il tuo ultimo libro è una raccolta di racconti e poesia. Com’è stato cimentarti nella prima poesia?

Nel 2014 Michela Zanarella mi propose di scrivere una raccolta di poesie. Di poesie, a dire il vero, ne avevo già scritte alcune. Michela seppe darmi la spinta a scriverne altre, a riunire vecchi componimenti, a crearne di nuovi… L’idea di collegare  le poesie a dei racconti  (anch’essi, idem: ne avevo già scritti alcuni prima dal 2010, di nuovi ne avrei scritti in seguito) è venuta molto naturale, spontanea.

Cimentarmi nella poesia è stato… Mah, sai, fondamentalmente, la scrittura è scrittura, che sia poesia, romanzo o racconto, l’essenza dello scrivere per me è la stessa.

So che ti piace scrivere fantasy e hai esordito proprio con un romanzo di questo genere. Vorrei che descrivessi ai lettori il romanzo e se nello stesso c’è un messaggio nascosto.

Ho scritto tanti racconti anche sotto pseudonimo. Il primo lo scrissi a 13 anni, ma ovviamente non lo pubblicai mai, né lo stampai. “L’uomo che dipingeva con i coltelli” è un romanzo fantasy, se così lo vogliamo definire, incentrato sui colori: amavo molto, allora, disegnare, raffigurare i personaggi dei racconti e dei romanzi che nascevano dalla fantasia. Oggi questa vena si è esaurita del tutto, ma dieci anni fa, per quanto fossi acerbo nello stile e nella tecnica, disegnavo abbastanza bene, me la cavavo, e l’attenzione nei confronti dei colori e dei loro accostamenti si tradusse in una narrazione di vicende particolari.

In quanto al messaggio nascosto, non c’è alcun pensiero criptato e alcun messaggio di sorta in generale. Mi limito a scrivere, a dar voce a personaggi e a luoghi fantasiosi che sono lungi dal voler essere, nelle intenzioni di autore, degli strumenti di – usando una parola usata da Vanessa Sacco nella sua intervista – propaganda. Assolutamente no.

Che cosa ha aggiunto la scrittura alla tua vita?

Cosa mi ha tolto, piuttosto. Ho un rapporto decisamente conflittuale, con la scrittura. Passo settimane, anche mesi, senza scrivere, poi un giorno o due o tre o quattro scarico tutto ciò che ho lasciato sedimentare e appuntato nella testa, ed è come un fiume in piena, un uragano. La scrittura mi dà tanta energia e al tempo me ne toglie. C’è una sorta di ambivalenza, in questo, me ne rendo conto, eppure è così. A volte ci amiamo, io e la scrittura, a volte ci detestiamo. Profondamente.

A che lettore pensi quando scrivi? Hai un pubblico ideale?

Veramente, quando scrivo, penso soltanto alla storia, ai luoghi e ai personaggi del libro.

Quale sarebbe la cosa più bella che potrebbe accaderti?

 

Sono tante, le cose più belle che potrebbero accadermi. E non c’entrano nulla con la scrittura, se è a questo che la domanda alludeva.

No, però forse con la scrittura una cosa carina potrebbe accadere: una serie animata tratta da uno dei libri! Adoro lo stile di Peter Chung. Non sai quanto sarei curioso di vedere i personaggi dell’uomo che dipingeva con i coltelli, di Demetrio dai capelli verdi, o del romanzo cui sto lavorando, disegnati da lui.

Scegli cinque aggettivi per descrivere Ragazzi di carta.

I ragazzi di carta sono distanti, vicini, effimeri, decisi, titubanti.

Perché un ipotetico lettore dovrebbe scegliere di acquistare Ragazzi di carta?

Mah, lo lascerei dire a lui. Da autore, posso dire – ma in realtà parlo basandomi su quanto espresso da chi lo ha letto – che è un libro diverso dagli altri.

E comunque, il formato! Avete fatto un ottimo lavoro di edizione, la copertina è bellissima (Grazie, Gaia!) e il formato tascabile permette di portare con sé i ragazzi dappertutto!

Sì, questa può essere già un’ottima ragione per acquistare Ragazzi di carta 🙂

Che posto occupa la lettura durante la tua giornata e quanto quello che leggi riesce a influenzare la tua prosa? Ti ispiri a qualche scrittore famoso o cerchi sempre uno stile tuo?

Ultimamente leggo moltissimo la sera. Vado a letto prima, per avere quelle due ore di buona lettura prima del sonno.

La prosa non credo sia influenzata da quanto scrivo, poiché leggo più con l’occhio del lettore e a volte, ahimé, dello studioso, che non con quello dello scrittore alla ricerca di ispirazione. Può  accadere che qualche reminiscenza di testi che abbia trovato interessanti mi aiuti a dare colore a passi o brevi paragrafi, ma in genere è la vita di tutti i giorni a regalarmi l’ispirazione.

Hai progetti letterari futuri?

Come ho già detto, sto lavorando a un nuovo romanzo.

Quale racconto di Ragazzi di carta è stato più difficile da scrivere? E quale poesia?

L’ultimo, che è anche il racconto che dà il titolo al libro, insieme alla prima poesia della raccolta. Questo racconto, l’ho scritto e riscritto tantissime volte ed è stata un’esperienza tormentata: ed ecco che qui torniamo alla risposta alla quarta domanda. Per quanto riguarda la poesia, non saprei. Forse “Disgregazione”.

Dalla sinossi di Ragazzi di carta: Le loro storie descrivono con esattezza la fragilità della gioventù odierna e la precarietà dei rapporti interpersonali. Vuoi spiegare al pubblico il tuo punto di vista e quanto di quello che succede nel mondo politico e culturale c’è in questa raccolta? Come convive la tua scrittura con questi due aspetti della vita di ognuno di noi e come ci convivi tu nella vita di tutti i giorni?

Sono deluso del mondo in cui vivo. Deluso dalla mancanza di prospettive, dal dover essere costretti a inventarsi per vivere e, nel peggiore dei casi, a sopravvivere. Deluso dal modo di fare informazione; deluso dall’ignoranza dilagante e incoraggiata e dal narcisismo che impera. I ragazzi di carta sono uomini e donne di questo mondo che non hanno nulla di speciale, non sono dei supereroi, ma nemmeno persone omologate. Alcuni di loro si rimboccano le mani e guardano attorno a sé con ottimismo, nonostante le avversità; altri si lasciano andare, coccolare dalla malinconia, per poi risorgere, o soccombere. Il sentimento di ottimismo mi pare prevalga. La poesia che apre la raccolta e il racconto lungo che la chiude sono intrisi di malinconico ottimismo. So che può sembrare un ossimoro, anzi lo è – e anche qui riconosco che c’è una sorta di ambivalenza – ed è l’essenza di questo libro.

Da parte mia, nella vita di tutti i giorni, vivo facendo quello che voglio, pretendo un’esistenza semplice, distante da cose inutili come beni materiali e altre sciocchezze. Mi tengo lontano da ciò che tenti di irretirmi nel pessimismo di questa ormai, secondo me, palese “dittatura del marketing e della disinformazione”. E non c’è dittatura peggiore di quella che vuol farti credere di essere libero. Romanzi come 1984 e Fahrenheit 451 sono ormai anacronistici e superati. Il romanzo cui sto lavorando si ispira ai totalitarismi del passato, ma anche al mondo cui rischiamo di andare incontro se ci lasciamo influenzare dall’uso negativo dei mezzi di comunicazione e della disinformazione.

Giochiamo: ci sono due eventi interessanti in città. Uno è del tuo scrittore preferito e hai quindi l’occasione di conoscerlo e di parlare con lui. L’altro è di un* amic* che non farà alcuna replica perché poi partirà per una missione segreta che durerà qualche anno. Chi sceglieresti?

Il mio scrittore preferito è morto da un pezzo e quindi la vedo dura.

Un amico o un’amica che va in missione segreta per qualche anno? Soltanto? Peccato, speravo stesse via per sempre…

Beh, comunque, non so, mi portasse almeno un souvenir…

Ragazzi di carta
Di lettera in lettera
ci si disseta di virgole
che sanno di lacrime.
Un punto è una pupilla,
un trattino ruvido
una cicatrice.
È che siamo
ragazzi di carta
e di sguardi e di svolazzi
giochiamo
a rincorrerci
nei viottoli
di una città
bianca,
di scritture,
canzonieri,
arazzi.
Amateci
con cuori d’inchiostro,
diamanti
con sorrisi di matita dura,
cordiali
le penne d’oca,
suonateci
vibrando corde
d’arpa e cetra,
e chitarre
di allegria

imperitura.

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Xo Xo Rita Angelelli

Direttore editoriale di Le Mezzelane

 

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One thought on “L’intervista del Direttore: Marco Mazzanti

  1. Vanessa il said:

    Questa poesia che l’autore ha scelto come rappresentativa del suo libro è il disegno di un bambino spiegato da un adulto con parole magiche. Complimenti Marco Mazzanti!

I commenti sono chiusi.