L’editoria, la grafica e altre “cosette”

Nessuna premessa a questo articolo. Ribadisco solo:

Sono sempre l’Editore con le @@ girate.

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Tendo sempre a non fare confronti tra la mia casa editrice e le altre, perché ho le mie idee e quelle porto avanti, sicura di aver scelto la strada giusta per arrivare dove voglio arrivare. Però, quando leggo e sento determinate cose sull’editoria (e la scrittura) e tutto ciò che a essa è legato, le ovaie continuano a girare come se dovessi prendere il volo e fuggire da questo mondo “vario e avariato”, dove tutti fanno tutto e dove ognuno sa fare anche il mestiere dell’altro e quindi con il diritto di criticare e “suggerire” o “ordinare” come fare meglio.

Vi faccio un esempio: se il mio grafico, inteso come persona che ha studiato grafica e comunicazione e visual marketing, decide di fare una copertina in un determinato modo c’è sempre una spiegazione concreta dettata, in primis, da una serie di informazioni che io e il mio capo editor le forniamo – le perché il mio grafico è una donna, ma la parola grafica, in italiano, significa un’altra cosa –  e, secondo, perché il grafico ha una formazione specifica per il lavoro che fa, altrimenti avrei chiamato a fare quel lavoro l’amico della porta accanto tuttologo e multitasking, quello che ha l’idea migliore per qualsiasi cosa, quello che prende il font che gli sfizia e crea la brochure del ristorante dell’amico, che non ha soldi da spendere e quindi si affida al primo che capita. La mia casa editrice, come tante altre, ha una linea editoriale studiata ancor prima che nascesse l’azienda, creata appositamente e che ci rende distinguibili dalle pubblicazioni self e dalle altre case editrici. Il nostro grafico studia i colori, le immagini, i font, e costruisce la copertina, e il brand a essa collegato, sulle informazioni che le forniamo e sugli insegnamenti recepiti e consolidati nei lunghi anni di studio, che l’amico della porta accanto non ha mai fatto (ma tant’è… in un mondo dove ci si improvvisa…).

Detto ciò, e dopo alcune mail e cosette che stamattina non sono andate come sarebbero dovute andare, per non parlare delle persone che vanno a seconda del vento che tira… i pensieri si sono affollati e la prima cosa che avrei fatto sarebbe stata di insultare chiunque, pure quello che non c’entrava nulla. Perché si sa… non sono una brava persona.

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Per evitare che gli insulti arrivassero come una sciabolata a tagliare di netto tante teste, non mi restava che isolarmi e pensare, rimuginare sui fatti accaduti della giornata.

Ebbene, quando i pensieri si affollano, non ne esco fino a che non metto nero su bianco il mio sconforto, che è provvisorio e come tale scompare dopo qualche ora.

Sono volubile e volatile come come l’immediatezza (cit. da una mia poesia).

Come ho già detto in altri articoli, la scrittura, per me, oltre a essere fonte di guadagno, è anche uno sfogo personale. In brevissimo tempo riempio pagine e pagine di diario, a volte con frasi che non si legano e sono solo puro e semplice sfogo, altre volte sono scorci “saporosi e saporiti e piccanti” di quello che mi ruota attorno: persone, ambienti, sensazioni, emozioni, disegni e poesia. Parole e pagine e disegni che tengo solo per me, perché sono miei e a volte quasi impossibili da mostrare senza farsi nemici (più di quelli che già ho). Non che mi interessi dei nemici – sia chiaro – che tendo a tenere vicino, ma ho ancora un pizzico di sana intelligenza e me ne guardo bene dal mostrarli al pubblico (anche se a volte, per via del mio istinto, parto sparata e faccio danni).

La scrittura mi ha portato fuori da una fase depressiva post lutto, dalla quale non sarei mai uscita se il primo mio editore non mi avesse presa in considerazione con un romanzo scritto quasi per sfida.

La scrittura è quella cosa che tira fuori cose di me che a voce non riuscirei mai a esprimere. La scrittura mi fa stare bene.

Altresì, la scrittura mi dà da vivere e mi fa mettere quel po’ di pane sulla tavola tutti i giorni.

La scrittura, al di là della soddisfazione e dello sfogo personale, fa parte della mia vita lavorativa e si contrappone nettamente con la scrittura usata come sfogo.

La scrittura, che per molti è solo un hobby… Ecco! Questo è il secondo punto di oggi dopo la grafica e il grafico. Se la scrittura, per molti, è solo un hobby, perché cazzo (e scusate il francesismo) pubblicate a fare? E perché vi incazzate se un editore non vi prende in esame? Perché vi arrabbiate per le recensioni negative? Perché vi fate belli, mentendo anche al vostro io, dicendo a destra e a manca che scrivete per hobby, ma poi vi fate il sangue amaro sulle poche vendite?

Ho letto robe che voi umani…

Un hobby, che per definizione è  una qualsiasi occupazione perseguita con impegno e passione nel tempo libero dal lavoro consueto, per ricreazione o passatempo (fonte google), non dovrebbe avere un corrispettivo. Un hobby lo si fa per fuggire dal logorio della vita moderna (oggi mi piace questa frase, ndr). Un hobby, oggi, lo si mette nel curriculm vitae per rendersi più interessanti agli occhi di un ipotetico datore di lavoro. Ma rimane pur sempre un hobby!

Dal momento in cui pubblicate stabilendo un prezzo per il vostro romanzo la scrittura non può più essere definita un hobby, altrimenti dovreste pubblicarlo gratuitamente, solo per avere un semplice riscontro o quel po’ di autocompiacimento se le critiche e i commenti fossero positivi.

Lo scrittore per hobby e un’altra delle favole che VI volete raccontare.

Me ne torno a cuccia.

Xo Xo Rita Angelelli

Direttore Editoriale di Le Mezzelane

P.S. ringrazio Gaia Cicaloni Designer per il lavoro svolto come grafico, Maria Grazia Beltrami per il lavoro di coordinamento degli editor, e tutto lo Staff di Le Mezzelane (nessuno escluso).

 

 

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One thought on “L’editoria, la grafica e altre “cosette”

  1. Vanessa il said:

    Non avrei saputo dirlo meglio. L’hobby è per sua stessa natura dilettantesco, il lavoro si presume che sia per professionisti in un dato settore; ma quando si parla di arte – e la scrittura creativa è arte – purtroppo le cose si mischiano, pochi riescono a mangiarci, i riscontri non sempre rendono giustizia al valore e spesso l’artista si persuade si tratti dopotutto di un’attività parallela a quella “seria” lavorativa. Quindi, a seconda di dove spira il vento, si proclama ora professionista ora amatore. Se pubblica da solo, la colpa dei propri insuccessi sono del sistema, se non riesce a pubblicare, la colpa è ancora del sistema, se riesce finalmente a pubblicare con una casa editrice ma non vende abbastanza, la colpa è della casa editrice, quindi conviene tenersi caro il proprio lavoro ufficiale e mantenere lo status di chi scrive per hobby e, a culo, ogni tanto pubblica.

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