La giostra

giostra

Girava in tondo e i grandi cavalli intagliati, con la vernice un po’ scrostata, andavano su e giù. Un ossimoro in movimento, uno spettacolo antico, che sapeva di roba buona. La giostra girava sempre più velocemente, le luci in festa splendevano nella notte.
Era un carosello da gustare, una visione gioiosa, bella, libera, elettrizzante. Non era un’imitazione a buon mercato come quelle che si vedono di fronte ai supermercati. No! Questa era una giostra d’altri tempi. Una giostra in cui i cavalli potevano pavoneggiarsi in una pista che non aveva mai fine. Svettava tra tutti lui: un cavallo laccato di bianco con la criniera nera e sopra un cavaliere: una giovane donna. Lei indossava un abito di seta rosa e sembrava fosse come in una favola: bella, libera e intoccabile. Aveva le labbra rosse, i capelli corvini che le cadevano a cascata sulle spalle, i piedi nudi con le unghie dipinte di oro. Si teneva stretta al palo dorato a cui era appeso il grande cavallo, aveva le labbra socchiuse e nessuna espressione si leggeva sul suo viso.
Era uno spettacolo magnifico, eppure…
Nei pensieri di lei correva un disperato richiamo di aiuto a cui non riusciva a dar voce. Era sola, chiusa in quel parco divertimenti in cui tutto dormiva, tranne quei cavalli che danzavano in su e in giù seguendo una nenia che bucava lo stomaco. E mentre la giostra continuava ad andare, così intricata ed elaborata -un pezzo di storia- , lei stava lì, a cavalcioni sul cavallo bianco, con l’abito lacero, macchiato di terra e sangue, e sembrava intrappolata per sempre. Le sue mani erano bloccate al palo del cavallo, annodate strette con una corda che le segava i polsi. I suoi occhi erano chiusi, le palpebre cucite insieme con un filo nero, ma lei non provava nessun dolore e quel filo non lo sentiva. Sapeva solo che aveva chiuso gli occhi e non riusciva più a riaprirli. Pensava, inoltre, a chi stesse controllando la giostra, ma non ce la faceva a parlare, o gridare, perché la sua mente stava ruotando assieme a quel gioco per bambini e la lingua sembrava essere come morta.
Continuava ad avere dei flashback: era più facile soccombere e fingere di star vivendo dei momenti meravigliosi. Proprio come le diceva sua madre: quando tutto va male, ignora il mondo attorno a te, chiudi gli occhi e nel buio troverai la luce e le cose belle. E così lei mise su il suo personale spettacolo immaginario: pensò di essere alla luce del giorno, di girare con la giostra, di divertirsi come una bambina e appena la giostra si sarebbe fermata lui sarebbe stato lì ad attenderla, con la mano tesa e il sorriso stampato sulle labbra. Proprio come era successo pochi minuti prima, o poche ore prima… o quel giorno.
Si era persa nel tempo.
“Sta di nuovo succedendo? E adesso lui verrà da me?” si chiese mentalmente. “Stiamo facendo quel gioco buffo e lui tra poco mi farà una sorpresa…”
Aveva la mente confusa, i pensieri in circolo, proprio come i cavalli, che divennero delle creature mistiche provenienti da un universo parallelo. Nessuno poteva sentire la magia di quelle bestie dall’aspetto perfetto. Solo lei poteva.
E tutto girava e girava… E si lasciava andare…
Girava tutto quanto assieme alla giostra: pensieri, gioie e… paura. E tutto vorticava sempre più celermente, sotto il controllo di un uomo con un lungo cappotto nero e un cappello in testa. L’organo suonava indisturbato la sua nenia, ripetuta più svelta a ogni rotazione.
Gli specchi nella sezione centrale riflettevano le luci della giostra, fasci di luce roteavano svelti, invadendo il buio di quel parco assopito.
La paura la colpì in pieno petto, facendole accelerare i battiti; avrebbe voluto gridare, provò anche a farlo, ma nessun suono uscì dalla sua bocca.
L’uomo con il cappotto, intanto, ammirava la sua creazione: era perfetta, un uccellino in gabbia, una creatura da curare. Era ammaccata, un po’ rotta, la pelle delle braccia cosparsa da lividi e tagli, le ginocchia sbucciate e dalle gambe colava più di un rivolo di sangue.
Lui aveva voluto mostrare al mondo a chi apparteneva quella principessa affascinante.
Stava giocando a fare Dio, altresì. Era il suo gioco preferito, anche se aveva promesso a se stesso che l’ultima donna che aveva posseduto, qualche mese prima, avrebbe segnato la fine dei suoi macabri giochi.
Questa principessa era un po’ più vecchia delle altre ma, quando l’aveva incontrata alla festa, la voglia di possederla era stata più forte delle altre volte. Doveva averla. Doveva essere sua.
Lei aveva visto in lui il perfetto gentiluomo: elegante, educato, dai modi un po’ antichi. Bello da far invidia a uno degli dei dell’olimpo e se ne era subito innamorata.
Lui stava rivivendo la sua favola privata, quella che si era ripetuta per anni, in cui lui era l’autore e anche il protagonista: decideva il destino di ogni sua principessa scrivendo una sceneggiatura incantevole, quasi sempre uguale. Il finale era sempre lo stesso, ma la scenografia cambiava ogni volta. Questa era più affascinante delle altre.
La guardò ancora: era una fiera donzella a cavallo del suo destriero e le andava incontro a ogni giro di giostra. Il mondo attorno divenne solo una lieve sfumatura, la musica diventò debole. L’ossessionante melodia stava giungendo al termine, così come il roteare del carosello e lo scorrere di una vita.
Lanciò una rosa rossa verso la giostra mentre lei stava finendo il suo ultimo giro. Poi saltò sulla pedana che lenta girava ancora . La giostra tremò, come se avesse capito che qualcosa di nuovo stesse accadendo. Qualcosa di veramente folle. L’uomo si appoggiò alle maniglie dei cavalli, avanzò verso la sua principessa con falcate decise, destreggiandosi tra i vari animali che sembravano aver preso vita.
“Sto venendo per te, tesoro…” mormorò. Aveva dimenticato il suo nome.
Lei era pronta a scendere. Si sentiva pronta anche se non comprendeva bene quello che stava accadendo.
“Amore… Luca… ho le vertigini, falla smettere, ti prego. È terribile…” parole che rimasero solo nella gola e nella testa della donna: non riusciva a emettere alcun suono.
Sentì una lama fredda sulle labbra e poi sulle guance. Era sorprendente: un fresco sollievo quella lama sulla pelle arrossata e accaldata. Avrebbe voluto aprire gli occhi a guardare il suo amore, ma era tutto inutile. Le palpebre rimasero serrate una sull’altra.
Un urlo lugubre, sgraziato, le uscì dalle labbra. Durò solo pochi secondi e poi avvertì un dolore intenso alla bocca e sentì colare rivoli di sangue sul mento e sul collo. L’urlo svanì, il respiro le sfuggì, e la lama le tagliò il collo rubandole per sempre la vita.
L’uomo con il cappotto la slegò e poi l’adagiò sulla piattaforma. L’accarezzò e tagliò le cuciture alle palpebre con accuratezza, usando la punta del coltello. Le aprì gli occhi. Voleva vedere un’ultima volta il colore delle sue iridi: verdi, come le acque di un lago quando si specchiano gli alberi. Li baciò, l’accarezzò di nuovo, e poi la prese tra le braccia, come una sposa.
Le braccia della donna oscillarono inerti mentre lui la trasportava verso la porta che si trovava al centro della giostra: un piccolo e angusto spazio di stoccaggio che nascondeva un segreto. Scese le scale che si trovavano all’interno, facendo attenzione: la sua principessa era delicata.
E lì sotto lui l’adagiò su un letto, fatto di terra e paglia, dove lei avrebbe riposato per sempre tra le risate genuine dei bambini di giorno, accompagnate dalla musica del carosello, e le sue carezze di notte. Era il suo magico mondo, quello che lui aveva pensato per la sua principessa.
L’uomo con il cappotto si sedette su uno sgabello, doveva ammirare ancora la sua opera. Prima rise, una risata sommessa che divenne una cacofonia. E poi pianse, mentre guardava il sangue sulla lama del coltello che aveva lasciato cadere vicino alla sua vittima.
Anche quel giorno aveva cercato la magia della vita, dell’amore, della bellezza di una donna, ma come sempre aveva sentito quella smania che l’ossessionava da tempo: bramava sentire l’odore del sangue, vedere lo spettro della paura e gioiva nell’ammirare il terrore negli occhi della donna che doveva fare sua. E quel terrore doveva rimanere tale nella mente, almeno fiono a che le avesse tenute in vita, per questo motivo cuciva gli occhi delle sue vittime prima di possederle carnalmente.
E poi arrivava anche la frenesia di uccidere, quella magia oscura che accade in ogni favola. Non si può avere l’uno senza l’altra: la vita e la morte, si rincorrono in tutte le storie, in tondo. Proprio come una giostra.
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